Le porte di fuoco dell’Europa
Come nel caso delle banlieue parigine nel 2005, è difficile decifrare che cosa stia accadendo nelle periferie svedesi messe a ferro e fuoco da una settimana. Complice il linguisticamente corretto che si rifiuta di nominare le cose. I riot scandinavi sono iniziati dopo che la polizia ha ucciso un uomo che brandiva un machete in un quartiere a maggioranza islamica. Poi i tumulti hanno contaminato i distretti della capitale Stoccolma: Fittja, Hagsätra, Kista, Jakobsberg, Norsborg, Skaerholmen, Skogås e Vaarberg. Nomi austeri, lontani, simboli del paradosso del paese più generoso e ospitale al mondo, noto anche come “la porta dell’Europa”.
11 AGO 20

Come nel caso delle banlieue parigine nel 2005, è difficile decifrare che cosa stia accadendo nelle periferie svedesi messe a ferro e fuoco da una settimana. Complice il linguisticamente corretto che si rifiuta di nominare le cose. I riot scandinavi sono iniziati dopo che la polizia ha ucciso un uomo che brandiva un machete in un quartiere a maggioranza islamica. Poi i tumulti hanno contaminato i distretti della capitale Stoccolma: Fittja, Hagsätra, Kista, Jakobsberg, Norsborg, Skaerholmen, Skogås e Vaarberg. Nomi austeri, lontani, simboli del paradosso del paese più generoso e ospitale al mondo, noto anche come “la porta dell’Europa”. In Svezia arrivano 1.200 immigrati ogni settimana. E la socialdemocrazia scandinava, la più avanzata e pionieristica al mondo, offre loro abitazioni gratuite e un sistema di sussidi copioso e “cieco” alle nazionalità. Ma è una generosità a senso unico. Per questo le periferie bruciano. Perché gli immigrati svedesi non si assimilano né si integrano, ma creano delle società parallele, i ghetti comunitaristi, che spesso degenerano in microstati governati dalla sharia, dal crimine e dagli hooligan.
Come ha scritto il Foglio alcuni giorni prima che iniziassero i tumulti, gli ebrei svedesi stanno abbandonando il loro “giardino delle rose”, Malmö, terza città svedese, un po’ come i canarini della miniera fuggono non appena viene meno l’ossigeno. Il numero due di al Qaida in Iraq, Mohammed Moumou, nom de guerre di Abu Qaswarah, rimase ucciso dagli americani in un raid. Era anche noto come “al Skani”, lo svedese, perché era sposato a una donna di Stoccolma e dirigeva il centro islamico di Brandbergen, il più grande della capitale. Al Skani è come il nigeriano che la settimana scorsa ha terrorizzato Londra con il machete. E’ un figlio del multiculturalismo impersonale delle democrazie europee che nelle loro periferie vedono celebrarsi il più triste commiato. Non c’è mix più letale della solitudine che si allea all’islamismo. Per questo il comunitarismo europeo ha fallito. Per questo nella placida e pacifica Svezia i sobborghi del welfare ribollono di antichi rancori.